venerdì 25 gennaio 2008
Alex Gopher. Un anno dopo.
La recensione.
ALEX GOPHER - Alex Gopher [V2 - 2007]
‘Alex Gopher’, semplicemente. Come si addice all’album di un esordiente. Scelta perfetta: Gopher si presenta in una nuova veste. Concepito durante il dj tour che lo ha visto portare in tutto il mondo il progetto ‘Superdiscount’ condiviso con Etienne De Crecy, questo album, il suo terzo in dieci anni, ci riporta alle origini dell’artista parigino. ‘Alex Gopher’ nasce dalle macerie di Orange, il primo gruppo wave di Alex Gopher, Jean Benoit Dunkel e Nicolas Godin (ovvero, gli Air). E nasce insieme a quegli stessi amici di un tempo, cui si è unito anche Oliver Libaux (l’ideatore di Nouvelle Vague). Undici canzoni ispiratissime, attuali quanto retrò, tutte potenziali singoli di successo. Alex si è messo alla prova, è diventato band leader, front man, ha imbracciato il microfono. Con l’entusiasmo di quando era ragazzo è riuscito a realizzare oggi quel disco che non riuscì a pubblicare più o meno quindici anni fa. “Out of the Inside”, “Brain Leech”, “Carmilla”, “The Game” testimoniano l’anima più wave rock ed il riff alla Devo, la trama New Order, l’elettronica Rockets. “Song for Paul”, “Builder Colorado”, “5000 Moons” e “The White Lane” le ballads pinkfloydiane e cinematiche in cui è chiara l’infulenza degli amici Air così come la acusticità lounge di Nouvelle Vague. Curiosamente il disco esce quasi in contemporanea a ‘Pocket Symphony’ degli amici superstars. Gopher è quasi timido nel non accettare il confronto di pubblico e di vendite. Sbaglia. Il suo album è nettamente superiore.
L’intervista.
Il primo amore non si scorda mai.
Alex è simpatico, allegro, chiacchierone, sincero. Il suo nuovo disco, intitolato semplicemente ‘Alex Gopher’, è qualcosa di diverso da quello che avremmo mai potuto aspettarci da lui. Un ritorno al passato, al suo primo amore. Avete appena letto la critica al disco. Non rubiamo qui altro spazio ad Alex ed alle sue parole.
D. Non incidi molti album, è il terzo in dieci anni. Dipende tutto dai tuoi numerosi impegni, soprattutto come dj?
R. Hai ragione. Il motivo principale è stata la decisione presa con Etienne De Crecy di fare un tour con il dj live act ‘Superdiscount’. Non è solo djing ma include una parte live che ci ha impegnato in numerose prove. Dopodichè abbiamo girato il mondo per due anni, non tutti i giorni ovviamente ma con un’assiduità settimanale. Oltre a questo ho realizzato in questi ultimi anni alcuni eps per diverse labels, ho fatto il mastering engineer, alcuni remixes anche. E per questi motivi realizzare questo nuovo album non è stato facile anche perché avevo deciso di cantare, suonare e così dovevo lavorare molto per realizzare lo scopo di quest’album.
D. E’ davvero una sorpresa questo disco ripensando al tuo passato. ‘You, My Baby & I’ era molto orientato alla dance ed alla black music, il successivo ‘Wuz’ che hai fatto insieme a Demon era un viaggio nella parte più oscura e radicale della house music. Oggi ti ascoltiamo come leader di una rock band influenzata dagli eighties. Sembra un ritorno alla musica che ascoltavi quando eri teenager.
R. Esattamente. Non mi sono detto ‘voglio fare un disco di canzoni influenzato dal suono degli eighties’. Volevo cambiare il mio modo di fare musica, certo. Lasciare per un pò il sampler in un angolo. E superare la frustrazione di quando ero agli inizi e non sono riuscito a pubblicare un disco con la mia rock band di allora, quella formata insieme a Jean Benoit e Nicolas che ora sono gli Air. A quei tempi nessuna label ha voluto firmare un contratto discografico con noi. E’ stato un momento molto frustrante per me. Ed è stata anche la ragione per cui subito dopo ci siamo buttati nel mondo dei samplers e dei computer ed abbiamo scoperto l’elettronica.
D. Stai parlando degli Orange. Avete conservato del materiale di quel periodo? C’è qualche speranza di ascoltare cosa facevate a quei tempi?
R. Abbiamo registrato molte prove ma non siamo mai giunti a dei demo definitivi. Il problema maggiore è che i discografici che contattavamo volevano che cantassimo in francese mentre noi cantavamo in inglese. Il massimo che potevamo proporgli era di incidere due versioni dello stessa canzone, in entrambe le lingue (ride…). Esiste del materiale, ma non so dove sono finiti i nastri. Erano ‘works in progress’ anche perché il nostro cantante era molto pigro e non finiva mai di scrivere i testi. Abbiamo registrato molte basi cui manca la parte cantata.
D. In questo tuo disco sono presenti entrambi gli Air, i tuoi vecchi amici Jean Benoit e Nicolas. La loro collaborazione si avverte soprattutto nei brani più lenti ed atmosferici, che ricordano da vicino proprio la musica dagli Air.
R. Si, naturalmente. E’ sempre stato così per me. Tutte le volte che in passato ho voluto comporre tracce downtempo o lounge queste finivano immancabilmente per assomigliare agli Air. Tieni anche presente che dopo l’esperienza degli Orange io e Nicolas abbiamo continuato a collaborare per alcuni anni. Ovvio che qualcosa ci accomuni ancora oggi.
D. Nel disco collabori anche con Olivier Libaux, l’ideatore di Nouvelle Vague, un progetto interamente legato alla musica degli eighties. Che effetto ti fa riascoltare Cure e Joy Division in arrangiamento bossanova?
R. All’inizio è stato uno shock. Per me la musica degli eighties è una musica di ribellione, radicale, mentre la musica dei Nouvelle Vague è uno zuccherino. Ma poi alla fine ho capito che anche la loro proposta era buona e che non facevano che confermare che le canzoni degli anni ottanta erano in ogni caso ottime canzoni, comunque interpretate.
D. Il tuo disco esce nei negozi quasi in contemporanea con il nuovo album degli Air.
R. E’ solo una coincidenza.
D. Quale dei due dischi venderà di più?
R. Il loro, sicuramente!
D. Perché mai?
R. Gli Air sono stars ormai ed hanno una carriera più lunga e solida della mia. E, soprattuto, hanno idee più chiare. Io mi rifiuto di scegliere, e questo è un difetto. Conosco Nicolas da tantissimo tempo e già a sedici anni lui era sicuro che avrebbe avuto un ruolo da protagonista nel music business. Io non mi lamento e sono felice dei risultati del mio lavoro anche se non ho i geni del business man.
D. Eppure il tuo nuovo disco, a mio parere, è molto migliore dell’ultimo lavoro di Air ed ha anche un potenziale di successo grandissimo.
R. Ti ringrazio. Tieni però presente che tutta la mia immagine è legata al mio lavoro come producer elettronico e potrebbe anche essere un suidicio commerciale il mio!
D. Perché? Chi avrà occasione di ascoltare la tua musica alla radio credi si chiederà chi sei stato fino a ieri? Secondo me si limiterà ad apprezzare le tue nuove canzoni.
R. Mmh…Forse hai ragione tu!
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venerdì 18 gennaio 2008
CHRISTIAN PROMMER’S DRUMLESSON - Drum Lesson Vol. 1
Christian Prommer è uno di questi. Implicato nei progetti Fauna Flash e Truby Trio nonché nel più recente Voom Voom con Peter Kruder, Prommer si è oggi ricordato di essere originariamente un batterista e, come tale, ha ripreso in mano il suo strumento. Insieme al pianista Roberto Di Gioia ha registrato una cover jazzistica di ‘Strings Of Life’ di Derrick May che ha stregato un altro protagonista del movimento Nu Jazz, il Jazzanova Alex Barck. Di qui l’invito caloroso ad andare avanti per questa strada.
Risultato? Questo album di cover jazzatissime e ritmatissime di brani della cultura elettronica e dance: ‘Nervous Track’ dei NuYorican Soul, ‘Trans Europa Express’ dei Kraftwerk, ‘Claire’ di Patrick Pulsinger, ‘Elle’ di Dj Gregory, la stessa ‘Strings Of Life’ passando per ‘Beau Mot Plage’, ‘Higher State Of Consciousness’ e ‘Plastic Dreams’. Tutto il disco è pervaso da una vitalità contagiosa che l’intero movimento Nu Jazz sembrava da tempo aver perso per avvilirsi in una spirale tanto autocompiaciuta quanto sterile ed irriverente. Una ventata necessaria. Involontario il termine ‘lezione’ del titolo, ma anche d’auspicio. Che altri la seguano.
(pubblicato sul numero di edicola di Rockerilla)
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recensione
martedì 15 gennaio 2008
Year of Al Stewart
Leggo un intervista ai Black Dice, rumoristi di stanza a New York, e scopro un inaspettata ammirazione degli stessi per Steely Dan. Leggo un'altra intervista ad altri agitati new yorkesi, gli Oneida, che si esaltano per le gesta di Hall & Oates. Dave Longstreth dei Dirty Projectors che nel 2005 pubblica un intero disco, The Getty Address, ispirato alla figura di Don Henley degli Eagles. All Hour Cymbals dei Yeasayer - uno dei dischi del 2007 più amati dal sottoscritto - che tra le tante influenze mostra un savoir-faire pop di impronta Fleetwood Mac (vedi il cantato alla Stevie Nicks di 2080) circa Rumors.
Il pop (certo pop) è nel dna di ogni essere vivente: equivale a melodia. Significa farsi la barba al mattino mentre in sottofondo scorre Do It Again e affrontare la giornata col piglio giusto.
I nomi sopra citati non sono un caso a sé stante (ricordiamoci sempre la cotta di Chris Carter dei Throbbing Gristle per gli Abba) ma parte di un cosmo (non macro ma nemmeno tanto micro) di insospettabili che tra le proprie pila di cd, tra un Merzbow e qualche Faust, nascondono pure – orrore! – un Breakfast In America dei Supertramp.
Io ascoltavo anche metal estremo, e al contrario di qualche mio amico non me ne vergogno. Godevo e sventolavo, travolto dall’acne, la mia fissa per gli Slayer eludendo agli altri che di tanto in tanto una capatina dalle parti popular me la concedevo.
Dirlo oggi a qualche amico di allora, anche in virtù delle primavere in divenire, è facile; ma ieri fronteggiare un energumeno dai capelli lisci e unti con tanto di maglietta dei Death confessandogli che mi garbava anche il pop…beh non era salutare.
La bellezza del blog è questa: aprirsi. Dire l’indicibile o meglio, confessare l’inconfessabile. Quindi dico a te, caro Francesco che di quei capelli lisci e unti non ti è rimasto che un misero ciuffetto oltremodo ridicolo, che stamattina, mentre mi vestivo e pensavo a come organizzare la giornata, ho messo su lo “scandaloso” Year of The Cat di Al Stewart.
È un disco del 1976 che fa il paio con altri classici pop “adulti” quali Rumors dei Fleetwood Mac e/o Breakfast In America dei Supertramp. Il settimo lavoro di Stewart che veniva dopo una trafila nei circuiti folk-prog anglosassoni e poco prima del trasloco in terre statunitensi.
Un album famoso (chiedete a vostro padre oppure al fratello maggiore, ma anche a voi stessi…) perché trainato dal singolo che poi era la title-track. Year of The Cat, lunga quasi sette minuti, chiudeva il disco ed era una soft-ballad-folk che tra una citazione cinefila (“Camminavi rilassata tra la folla come Peter Lorre”, “In una mattina da film di Bogart”) e una melodia figlia di quegli irripetibili stati di grazia (e Stewart, cosi come il socio Peter Wood, vi ci era) alleviò i dolori dei molti che l’ascoltarono.
Però orecchio anche alla leggerezza Lord Grenville e la tensione quasi battistiana (epoca Anima Latina) di On the Border, oppure il pop tardo canterburiano (diciamo i Camel di Breathless) di Midas Shadow, Broadway Hotel e Flying Sorcery (qui i semi degli odierni Midlake).
Lo si trova in offerta, Digitally Remastered e se siete fortunati non spenderete più di cinque miseri euri….
Ok dai, torno a rimettere gli Harmonia…
Bye, Francè!
Il pop (certo pop) è nel dna di ogni essere vivente: equivale a melodia. Significa farsi la barba al mattino mentre in sottofondo scorre Do It Again e affrontare la giornata col piglio giusto.
I nomi sopra citati non sono un caso a sé stante (ricordiamoci sempre la cotta di Chris Carter dei Throbbing Gristle per gli Abba) ma parte di un cosmo (non macro ma nemmeno tanto micro) di insospettabili che tra le proprie pila di cd, tra un Merzbow e qualche Faust, nascondono pure – orrore! – un Breakfast In America dei Supertramp.
Io ascoltavo anche metal estremo, e al contrario di qualche mio amico non me ne vergogno. Godevo e sventolavo, travolto dall’acne, la mia fissa per gli Slayer eludendo agli altri che di tanto in tanto una capatina dalle parti popular me la concedevo.
Dirlo oggi a qualche amico di allora, anche in virtù delle primavere in divenire, è facile; ma ieri fronteggiare un energumeno dai capelli lisci e unti con tanto di maglietta dei Death confessandogli che mi garbava anche il pop…beh non era salutare.
La bellezza del blog è questa: aprirsi. Dire l’indicibile o meglio, confessare l’inconfessabile. Quindi dico a te, caro Francesco che di quei capelli lisci e unti non ti è rimasto che un misero ciuffetto oltremodo ridicolo, che stamattina, mentre mi vestivo e pensavo a come organizzare la giornata, ho messo su lo “scandaloso” Year of The Cat di Al Stewart.
È un disco del 1976 che fa il paio con altri classici pop “adulti” quali Rumors dei Fleetwood Mac e/o Breakfast In America dei Supertramp. Il settimo lavoro di Stewart che veniva dopo una trafila nei circuiti folk-prog anglosassoni e poco prima del trasloco in terre statunitensi.
Un album famoso (chiedete a vostro padre oppure al fratello maggiore, ma anche a voi stessi…) perché trainato dal singolo che poi era la title-track. Year of The Cat, lunga quasi sette minuti, chiudeva il disco ed era una soft-ballad-folk che tra una citazione cinefila (“Camminavi rilassata tra la folla come Peter Lorre”, “In una mattina da film di Bogart”) e una melodia figlia di quegli irripetibili stati di grazia (e Stewart, cosi come il socio Peter Wood, vi ci era) alleviò i dolori dei molti che l’ascoltarono.
Però orecchio anche alla leggerezza Lord Grenville e la tensione quasi battistiana (epoca Anima Latina) di On the Border, oppure il pop tardo canterburiano (diciamo i Camel di Breathless) di Midas Shadow, Broadway Hotel e Flying Sorcery (qui i semi degli odierni Midlake).
Lo si trova in offerta, Digitally Remastered e se siete fortunati non spenderete più di cinque miseri euri….
Ok dai, torno a rimettere gli Harmonia…
Bye, Francè!
martedì 8 gennaio 2008
Tom Middleton - Lifetracks
Dalla sala da ballo al salone relax. Tom Middleton, dopo una serie incantevole di produzioni house e techno e forte di una lontana amicizia con Richard James (erano il duo sotto l’effige Aphex Twins, poi Tom si tirò fuori e la storia, una volta elusa la s, passò al re dei pseudonimi) chiude il 2007 col suo primo, vero albo di canzoni.
12 affreschi di elegante elettronica da ascolto come insegnato tempo addietro dagli Orb. Un nome, quello di Alex Paterson, che si intreccia magicamente in spirali quasi king crimsoniane (la chitarra a là Beat - il dopo Discipline - di Prana) e rapsodie stile Craig Armstrong (gli archi cinematici, bellissimi e toccanti in Yearning).
Down-tempo che laddove si fa up sciorina bellezze baleariche, Shinkansen (The Odyssey), ammiccanti un estate ancora lontana ma simbolicamente già vicina e quando ritorna down manca solo David Sylvian per fare di St Ives Bay la perfezione assoluta. Ma non occorre.
Disco strenna di fine anno che ci accompagnerà anche in molti dì del 2008.
Da avere.
12 affreschi di elegante elettronica da ascolto come insegnato tempo addietro dagli Orb. Un nome, quello di Alex Paterson, che si intreccia magicamente in spirali quasi king crimsoniane (la chitarra a là Beat - il dopo Discipline - di Prana) e rapsodie stile Craig Armstrong (gli archi cinematici, bellissimi e toccanti in Yearning).
Down-tempo che laddove si fa up sciorina bellezze baleariche, Shinkansen (The Odyssey), ammiccanti un estate ancora lontana ma simbolicamente già vicina e quando ritorna down manca solo David Sylvian per fare di St Ives Bay la perfezione assoluta. Ma non occorre.
Disco strenna di fine anno che ci accompagnerà anche in molti dì del 2008.
Da avere.
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