martedì 15 gennaio 2008

Year of Al Stewart

Leggo un intervista ai Black Dice, rumoristi di stanza a New York, e scopro un inaspettata ammirazione degli stessi per Steely Dan. Leggo un'altra intervista ad altri agitati new yorkesi, gli Oneida, che si esaltano per le gesta di Hall & Oates. Dave Longstreth dei Dirty Projectors che nel 2005 pubblica un intero disco, The Getty Address, ispirato alla figura di Don Henley degli Eagles. All Hour Cymbals dei Yeasayer - uno dei dischi del 2007 più amati dal sottoscritto - che tra le tante influenze mostra un savoir-faire pop di impronta Fleetwood Mac (vedi il cantato alla Stevie Nicks di 2080) circa Rumors.
Il pop (certo pop) è nel dna di ogni essere vivente: equivale a melodia. Significa farsi la barba al mattino mentre in sottofondo scorre Do It Again e affrontare la giornata col piglio giusto.
I nomi sopra citati non sono un caso a sé stante (ricordiamoci sempre la cotta di Chris Carter dei Throbbing Gristle per gli Abba) ma parte di un cosmo (non macro ma nemmeno tanto micro) di insospettabili che tra le proprie pila di cd, tra un Merzbow e qualche Faust, nascondono pure – orrore! – un Breakfast In America dei Supertramp.
Io ascoltavo anche metal estremo, e al contrario di qualche mio amico non me ne vergogno. Godevo e sventolavo, travolto dall’acne, la mia fissa per gli Slayer eludendo agli altri che di tanto in tanto una capatina dalle parti popular me la concedevo.
Dirlo oggi a qualche amico di allora, anche in virtù delle primavere in divenire, è facile; ma ieri fronteggiare un energumeno dai capelli lisci e unti con tanto di maglietta dei Death confessandogli che mi garbava anche il pop…beh non era salutare.
La bellezza del blog è questa: aprirsi. Dire l’indicibile o meglio, confessare l’inconfessabile. Quindi dico a te, caro Francesco che di quei capelli lisci e unti non ti è rimasto che un misero ciuffetto oltremodo ridicolo, che stamattina, mentre mi vestivo e pensavo a come organizzare la giornata, ho messo su lo “scandaloso” Year of The Cat di Al Stewart.
È un disco del 1976 che fa il paio con altri classici pop “adulti” quali Rumors dei Fleetwood Mac e/o Breakfast In America dei Supertramp. Il settimo lavoro di Stewart che veniva dopo una trafila nei circuiti folk-prog anglosassoni e poco prima del trasloco in terre statunitensi.
Un album famoso (chiedete a vostro padre oppure al fratello maggiore, ma anche a voi stessi…) perché trainato dal singolo che poi era la title-track. Year of The Cat, lunga quasi sette minuti, chiudeva il disco ed era una soft-ballad-folk che tra una citazione cinefila (“Camminavi rilassata tra la folla come Peter Lorre”, “In una mattina da film di Bogart”) e una melodia figlia di quegli irripetibili stati di grazia (e Stewart, cosi come il socio Peter Wood, vi ci era) alleviò i dolori dei molti che l’ascoltarono.
Però orecchio anche alla leggerezza Lord Grenville e la tensione quasi battistiana (epoca Anima Latina) di On the Border, oppure il pop tardo canterburiano (diciamo i Camel di Breathless) di Midas Shadow, Broadway Hotel e Flying Sorcery (qui i semi degli odierni Midlake).
Lo si trova in offerta, Digitally Remastered e se siete fortunati non spenderete più di cinque miseri euri….
Ok dai, torno a rimettere gli Harmonia…
Bye, Francè!

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