martedì 1 luglio 2008

2562 - Aerial [Tectonic]


2562 (da pronunciarsi TwentyFive SixtyTwo) è il fenomeno più atteso ed attuale dell’universo dubstep. Amatissimo dalla comunità dei forum nel web grazie ai due splendidi singoli “Kameleon” e “Channel Two”, entrambi presenti nel disco, ospite recente del radioshow ‘xperimental’ di Mary Anne Hobbs su BBC 1, guida delle ultime uscite compilative del genere, prima tra tutte quella Dubstep Allstars che arriva oggi al Volume 6 con Appleblim ai controlli. Fin qui, niente di strano. Due sono però gli elementi di novità che lasciano di stucco e segnano una nuova spinta nel dubstep. Uno: 2562 è al secolo Dave Huismans, olandese, L’Aia. E’ la prima volta che il dubstep trova un leader fuori dai confini britannici, e non è cosa da poco. Due: Huismans non è un purista, un diy che costruisce sul laptop oscure tracce dai bassi profondi e squassati. Huismans incide sotto altri moniker dance elettronica. Techno in primo luogo. Ed è qui che il cerchio si chiude. Come già faceva intravedere il Guerriero Afro Benga, lo sviluppo del dubstep più recente viaggia in direzione dub techno. Tracce costruite con maggiore linearità, suoni sospesi alla maniera dei maestri tedeschi Basic Channel. Qualcosa si intuisce fin dai titoli: “Moog Dub”, “Techno Dread”. Ma, attenzione: niente a che vedere con la ‘computer music’ denigrata da Burial nella sua intervista a Kode9: al contrario di un Boxcutter, la musica di 2562 riesce a far parlare alle macchine un linguaggio emotivo. Tracce come “Morvern” lo dimostrano senz’equivoci.

ORQUESTRA IMPERIAL - Carnaval Sò Ano Que Vem [Ponderosa/ABuzzSupreme]


Si parla da tempo dell’Orquestra Imperial, collettivo brasiliano di 19 (diciannove!) musicisti base promosso fin dal 2002 da alcuni dei migliori giovani produttori carioca. I ‘+2’ (Moreno Veloso, Kassin, Domenico Lancellotti) hanno unito nel progetto personaggi di varia estrazione, da Rodrigo Amarante (dei Los Hermanos) a Thalma De Freitas, modella e attrice prima che vocalist. E della partita sono anche Wilson Des Neves e Berna Ceppas, vecchie glorie musicali, accanto alla stilista e qui vocalist Nina Baker. Con la possibilità di veder salire sul palco ad ogni concerto nuovo inattesi protagonisti.

Il loro successo è dovuto alle esibizioni live, più o meno televisive, ed è questo lo spirito che anima il loro debutto discografico. La splendida “Me Deixa Em Paz”, hit predestinato che apre ‘Carnaval Sò Ano Que Vem’, la dice lunga sulle loro capacità musicali: orchestrazione alla James Bond, ritimica brasileria retrò, cantato suadente. Da qui in poi, allegria brasiliana a 360°, dove l’orchestra interpreta radici, attualità e futuro sotto il segno di samba e bossanova. Psichedelia alla Os Mutantes compresa. Le tracce si susseguono senza preferenza, rispettanto fedelmente l’atmosfera del concerto: “Sem Compromisso”, “Obsessao”, “Erecao”, “Jardim De Allah”, “Era Bom”, “Supermercado Do Amor”). Il tutto arricchito da un pizzico di ironia che non guasta mai: sicuramente “Iara, Iarucha” e probabilmente la cover di “Popcorn” portata in Italia al successo negli anni settanta da Johnny Sax (aka Gianni Bedori). Fenomeno di fenomeni.

sabato 31 maggio 2008

Dominique Leone

Di questo ne sentiremo presto parlare. Poi, con un nome cosi – da “pappone”, secondo una mia amica – sfido chiunque a non ascoltarlo almeno una volta.
Dominique Leone a vederlo è un pacioccone, a sentirlo ci si diverte!
Il suo eroe è Christian Vander dei Magma, ma non aspettavi del cinico prog dal debutto di Dominique; semmai, se di prog vogliamo parlare, immaginate la poltiglia dada degli Utopia di Todd Rundgren. Anzi, per dirla proprio tutta, aspettatevi il nuovo Todd Rundgren.
Ha una voce docilmente poppy che assorbe l’ugola del fu Nazz e il falsetto di Brian Wilson, si dimena in arzigolate nenie arty, Duyen, e delicatissime ballad beatles-iane, Conversational, a cui resistere sarà veramente dura; suona come non faranno più gli !!!, Clairevoyage, e come potrebbe oggi lo stesso Rundgren se il tempo si fosse cristallizzato e A Wizard, a True Star venisse inaugurato da una tale Claire.
Dimenticavo: immergete il tutto in melassa Xtx epoca English Settlement…
I pezzi citati fanno parte di un Ep in circolo da qualche mese…
L’album già lo si trova sui vari store on line.

giovedì 10 aprile 2008

Klaus Dinger

Una delle massime più note della storia del rock dice che solo cento persone acquistarono, all’epoca, il primo disco dei Velvet Underground, ma ognuno di quegli individui è poi diventato o musicista o critico rock.
La diffuse Brian Eno e mai smentita arrivò.
Ma l’ex Roxy Music si divertì ancora qualche anno dopo, affermando che negli anni ’70 esistevano solo tre ritmi: l’afrobeat di fela Kuti, il funk di James Brown e il motorik dei Neu!
Partiamo da questi ultimi per ricordare la memoria di Klaus Dinger che dei Neu! fu, appunto, il ritmo, la batteria. Forse l’anima.
Ci ha lasciati Klaus, il 21 marzo scorso, sconfitto da un insufficienza cardiaca dopo 61 anni.
Cominciò coi Kraftwerk quando questi erano ancora lontani dal divenire la macchina Synth-pop poi nota. Lì, nel debutto della creatura di Hütter e Schneider datato 1970, percuoteva la batteria in modo primitivo, malvagio. Durò giusto quel disco per poi affiancarsi al collega – e per un breve periodo chitarrista degli stessi Kraftwerk – Michael Rother sotto l’effige di Neu!
Tre lavori, Neu! del 1972, Neu! 2 del 1973 e Neu! ’75 del 1975, che chi mastica un po’ di musica conosce nei minimi dettagli e parlarne ancora sarebbe come interloquire nel vento.
Eppure non tutti sanno che Dinger, nel secondo Neu!, si inventò la pratica del remix accelerando e decelerando Super/Neuschnee (un singolo uscito poco prima) in modo da coprire tutto il lato b del disco. Un operazione singolare e nata da circostanze particolari. Genio, insomma.
Mentre al contrario tutti sanno (speriamo) il Dinger in seno ai La Düsseldorf. Due lavori come l’omonimo e Viva e ci si spiega da dove venne fuori la trilogia berlinese di Bowie (che guarda caso era monitorata da Eno) e molta della new wave a venire.
Il nostro e un saluto sincero e un infinità di grazie.
Che riposi in pace, Klaus Dinger .

mercoledì 19 marzo 2008

BENGA - Diary Of An Afro Warrior [Tempa]



Visto in copertina, Benga sembra davvero un guerriero afro. Ascoltato il cd, Benga è davvero un guerriero afro. Nativo di Croydon, centro urbano a sud di Londra, Beni Adejumo (questa la sua vera identità?) è uno dei nomi ricorrenti del fenomeno dubstep fin dal suo inizio. Teenager frequentava il Big Apple, negozio di dischi fulcro e ritrovo di producers e djs del genere in embrione. Presente nelle più recenti compilations ‘Dubstep Allstars’, Benga nel frattempo ha autoprodotto un album d’esordio, ‘Newstep’, oggi introvabile. Tracce strumentali, naif ma dense di significati non solo musicali.
‘Diary Of An Afro Warrior’ è l’evoluzione logica di quelle tracce, la maturità di un artista che oggi ha poco più di ventanni. Attratto più dalla tessitura strumentale che dalla forma canzone, Benga è il più vicino all’estetica elettronica tra gli artisti dubstep assurti a notorietà, da Skream a Burial passando per Kode9. Musica che si balla, si ascolta, si percepisce. Musica che ritrova elementi house, techno, jazzy, jungle e dub per inserirli in un contesto attuale e compiuto. ‘Night’, il singolo prodotto insieme a Coki, è oggi successo programmato in BBC e diventerà soundtrack di videogames. ’26 Basslines’ è già inserita nelle compilations di Skream. Altri seguiranno. Bassi strappati su tessiture industriali in echo.
Musica di altissimo fascino che solo un curioso intreccio di ostracismi tiene lontana dal grande pubblico. ‘Diary Of An Afro Warrior’ è forse il disco che compierà questo auspicabile ricongiungimento. Io me lo auguro.
(pubblicato nel numero in edicola di Rockerilla)

lunedì 10 marzo 2008

2 BANKS OF 4 Junkyard Gods [SonarKollektiv]


Tra tutte le anime impersonificate da Rob Gallagher dopo la fine della sua partecipazione al collettivo acid jazz Galliano, 2 Banks Of 4 è sicuramente la più riuscita e convincente. Ideato e praticato insieme all’amico Dilip Harris aka Demus e condiviso con la vocalist Valerie Etienne, il progetto è quanto di più sofisticato si potesse attendere dall’universo nujazz. Dopo due album di culto prodotti nell’arco di un decennio, ecco l’occasione di questo live. ‘Junkyard Gods’ riproduce il live show della band in occasione dei Worldwide Awards di Gilles Peterson, l’uomo - prima ancora del dj e label manager dell’acida Talkin’ Loud - che ha sempre creduto in lui.
Un concerto splendido, veramente splendido, dove elettronica e jazz si trovano compenetrati in un amplesso virtuoso. Per una musica basata soprattutto sui samples e difficilmente riproducibile in dimensione concerto questo album suona come la smentita di un’impotenza ormai insopportabile. La prova del live, la musica suonata, la fisicità degli strumenti e dei musicisti non si sostituisce. Questa è la nuova tendenza della scena nujazz, testimoniata non solo da 2 Banks Of 4 ma anche da Christian Prommer e la sua recente Drumlesson. ‘Junkyard Gods’ non a caso ha stregato la stessa label di Prommer, quella dei Jazzanova, la berlinese Sonar Kollektiv. Dopo aver ospitato Rob Gallagher e Valerie Etienne nel loro ormai storico ‘In Betweens’, la crew Jazzanova finalmente realizza un sogno: pubblicare un loro album. Ed il cerchio si chiude, aprendone uno nuovo.

lunedì 3 marzo 2008

CARL CRAIG Sessions [!K7/Audioglobe]

Ci sono davvero pochi artisti in ambito techno a poter affrontare un lavoro di questo genere. Oltre a lui, Jeff Mills e chissà chi altri. Artista poco prolifico ed anche (ma non solo) per questo esaltato a mito, Carl Craig ci propone un doppio cd di ‘Sessions’ interamente dedicate al suo repertorio di artista e di remixer. Minimale ed asettico, Carl Craig riesce al tempo stesso ad essere coinvolgente ed emotivo. In una parola, heart-and-minded. Versioni inedite di brani suoi e dei suoi alias (Paperclip People, 69, Innerzone Orchestra), remix incredibili (da Theo Parrish a Cesaria Evora, da Xpress2 ai Junior Boys, dai Beanfield ai Rhythm & Sound, ai Faze Action), alcuni dei quali realizzati appositamente per questa compilation. Per gli appassionati, un must assoluto.

sabato 1 marzo 2008

Novo Tropicalismo Errado

Confesso di non averlo mai conosciuto prima d’ora. Un breve giro nel world wide web è bastato a dirmi che il Nostro è titolare di un album datato 2007, Folías, e purtroppo tocca fermarmi qui perchè la maggior parte delle notizie raccolte dal sottoscritto parlano una lingua, il portoghese, che di certo non mastico tutti i giorni.
Si fa chiamare El Guincho ma all’anagrafe risponde Pablo Díaz-Reixa, il nome su cui puntare se si predilige un range sonoro tropicalista tra Tom Zé e Os Mutantes. Il sangue che gli scorre nelle vene però non è sudamericano ma europeo, dalla terra che insieme al Portogallo può considerarsi la più latina del vecchio continente, ovvero la Spagna.
Alegranza è quello che potevano essere gli Animal Collective se non si fossero incaponiti nel pop insipido delle ultime prove, è il disco che David Byrne avrebbe prodotto (anzi, dato che ci siamo consigliamo El Guincho per la sua Luaka Bop) se si fosse dato alla mpb (musica popular brasileira) all’età dei 20. Una festa che sa di estate anticipata (Antillas), una baraonda di strumenti che si sovrappongono secondo dettami spector-iani e indole naif (Kalise, Fata Morgana) risolta poi in singolari versioni verde-oro dell’Outkast di Hey Ya! (Palmitos Park) e pop “mutanti” (Cuando Maravilla Fui).
Subito dopo queste righe apprendo, sempre dal web, che oltre al debutto di cui sopra Pablo Díaz è anche titolare di un progetto denominato Coconot e di un disco dal titolo che suona come iniziazione: Novo Tropicalismo Errado.

martedì 26 febbraio 2008

Anteprima: THOMAS BRINKMANN

When Horses Die… [MaxErnst/Audioglobe]

Il Brinkmann che non ti aspetti. Ultimamente entrato in un circolo vizioso, Thomas lo spezza proponendo un disco di canzoni. Elettroniche, malate, atmosferiche, classiche.

Che sia innamorato? Tba.

Cose alla Velvet Underground (“Birth & Death”), alla Suicide (“Words” e “2suns”), alla Waits (“Meadow”), alla Nick Cave (“It’s just”), forse alla Johnny Cash (“Souls” e la fantastica “When Horses Die…”). Basi eleganti su cui la sua voce bassa e profonda (raramente udita in passato, a memoria d’uomo) si poggia lenta e suadente. Un azzardo. Piacerà più a chi mai l’ha conosciuto in passato. Piacerà a chi si era ormai stufato delle sue sperimentazioni di retroguardia. Deluderà chi lo ha eletto a mito o ne ha subito l’elezione a mito senza mai averlo amato.

martedì 12 febbraio 2008

THE HELIOCENTRICS - Out There [NowAgain/Goodfellas]


Un disco per Mo’Wax passato in sordina nel 2001, ‘Popcorn Bubble Fish’, dove la sua batteria era già protagonista, disegnata con stile infantile sulla cover. Era l’epoca dei samples, dei dischi melange campionati. Malcom Catto per primo non deve essersi sentito appagato ed ha iniziato a lavorare sul progetto ‘Helicentrics’. Avvicinatosi all’hiphop alternativo di Madlib e, soprattutto, accompagnato il Dj Shadow più recente (un brano nel suo ultimo ‘The Outsider’), Catto non si è accontentato di dettare i ritmi con le sue bacchette magiche ma ha costituito la band vera e pulsante che ascoltiamo in questo esordio, ‘Out There’.
Nove elementi, di cui ben tre sono fiati. Ispirazioni ampie ed ambiziose, dal funk al jazz iperstellare, dal break beat alla musica etnica, dall’elettronica alla musica d’avanguardia. Si citano James Brown e Sun Ra ed anche David Axelrod, tanto per dare chiari riferimenti all’audience. ‘Out There’ è un disco che rispecchia nel bene e nel male le intenzioni, la storia ed il futuro del suo artefice. Attuale in alcuni passaggi radicalmente live e free, retrò nelle reminiscenze ‘sample oriented’. Bypassando, per incisco, la recente stagione dei producer di hiphop astratto cui pure il disco sembra pagare pegno. Sfiorando e quasi aggirando la contaminazione tra elettronica e jazz di alcuni progetti curati da Matthew Shipp con El-P e Dj Spooky.
The Helicentrics è il primo passo di una stagione che verrà. Una stagione che si preannuncia fin d’ora davvero molto intrigante.
(pubblicato nel numero in uscita di Rockerilla)

sabato 9 febbraio 2008

Disco-Antony

Dei tanti cameo di Antony Hegarty (quello dei Johnsons) il presente è sicuramente il più singolare. Diciamo che mai ci saremo aspettati il Nostro nei panni di stella disco e risultare credibile, e invece ci riesce e quello che indovina è uno dei cantati più celestiali mai nati dal Klaus Nomi dei nostri tempi.
Blind farà parte del debutto degli Hercules & Love Affair, nuova creatura di casa Dfa che ospiterà la voce di Antony in più di un episodio, ma l’anzidetta è quello che si dice capolavoro: i primi secondi sembrano richiamare il Dope remix di Get Down del Todd Terry Allstars, poi però entra un basso a là Stones primi ‘80 (non ricordo a cosa somiglia ma ci somiglia) e la ritmica si fa moroderiana con Antony che canta lussurioso per sei dionisiaci minuti di disco benedetta.
L’album uscirà nel mese di marzo ma il primo-single è in giro da qualche settimana.
Non c’è altro…

giovedì 7 febbraio 2008

BRIAN ENO + DAVID BYRNE - My Life In The Bush Of Ghosts [Virgin/Emi]



‘My Life In The Bush Of Ghosts’ è uno di quei dischi che ancora oggi lascia di stucco, a distanza di venticinque anni dalla sua uscita. Nato come progetto parallelo di Brian Eno e David Byrne a margine delle registrazioni di ‘Fear Of Music’ e ‘Remain In Light’ dei Talking Heads, realizzato insieme all’entrourage di musicisti che in quel periodo formava o circondava la stessa band, il disco venne accolto e vissuto come tale. Un progetto parallelo. Non era così ed il tempo ha rivelato come un dietro ad un apparente capriccio si nascondessero i germi della globalizzazione - musicale e culturale - intesa nella sua più nobile accezione. Mai tante idee nascoste tra i solchi sono diventate consuetudine d’ascolto. L’uso di samples vocali: voci rubate all’etere radiofonico sostituiscono il cantato, diventano liriche come in “America Is Waiting”, “Mea Culpa” e “The Jezebel Spirit”. Suoni e voci dal mondo che si intrecciano ai ritmi occidentali: il funk interpretato dai bianchi integrato dai suoni dell’africa e dell’oriente arabo, come in “Regiment”, “The Carrier” e “A Secret Life”. Completamento della serie ‘remasters’ recentemente dedicata a Eno, questo ‘My Life In The Bush Of Ghosts’ contiene anche sette tracce inedite che rappresentano un quadro esatto del work in progress del disco. Istantanee di che come la creatività di Eno e Byrne fosse così preveggente da doversi quasi autolimitare come dimostrano, inequivocabili, le inedite “Pitch To Voltage”, “Defiant” e “Number 8 Mix”.

venerdì 25 gennaio 2008

Alex Gopher. Un anno dopo.



La recensione.
ALEX GOPHER - Alex Gopher [V2 - 2007]

‘Alex Gopher’, semplicemente. Come si addice all’album di un esordiente. Scelta perfetta: Gopher si presenta in una nuova veste. Concepito durante il dj tour che lo ha visto portare in tutto il mondo il progetto ‘Superdiscount’ condiviso con Etienne De Crecy, questo album, il suo terzo in dieci anni, ci riporta alle origini dell’artista parigino. ‘Alex Gopher’ nasce dalle macerie di Orange, il primo gruppo wave di Alex Gopher, Jean Benoit Dunkel e Nicolas Godin (ovvero, gli Air). E nasce insieme a quegli stessi amici di un tempo, cui si è unito anche Oliver Libaux (l’ideatore di Nouvelle Vague). Undici canzoni ispiratissime, attuali quanto retrò, tutte potenziali singoli di successo. Alex si è messo alla prova, è diventato band leader, front man, ha imbracciato il microfono. Con l’entusiasmo di quando era ragazzo è riuscito a realizzare oggi quel disco che non riuscì a pubblicare più o meno quindici anni fa. “Out of the Inside”, “Brain Leech”, “Carmilla”, “The Game” testimoniano l’anima più wave rock ed il riff alla Devo, la trama New Order, l’elettronica Rockets. “Song for Paul”, “Builder Colorado”, “5000 Moons” e “The White Lane” le ballads pinkfloydiane e cinematiche in cui è chiara l’infulenza degli amici Air così come la acusticità lounge di Nouvelle Vague. Curiosamente il disco esce quasi in contemporanea a ‘Pocket Symphony’ degli amici superstars. Gopher è quasi timido nel non accettare il confronto di pubblico e di vendite. Sbaglia. Il suo album è nettamente superiore.

L’intervista.
Il primo amore non si scorda mai.

Alex è simpatico, allegro, chiacchierone, sincero. Il suo nuovo disco, intitolato semplicemente ‘Alex Gopher’, è qualcosa di diverso da quello che avremmo mai potuto aspettarci da lui. Un ritorno al passato, al suo primo amore. Avete appena letto la critica al disco. Non rubiamo qui altro spazio ad Alex ed alle sue parole.

D. Non incidi molti album, è il terzo in dieci anni. Dipende tutto dai tuoi numerosi impegni, soprattutto come dj?

R. Hai ragione. Il motivo principale è stata la decisione presa con Etienne De Crecy di fare un tour con il dj live act ‘Superdiscount’. Non è solo djing ma include una parte live che ci ha impegnato in numerose prove. Dopodichè abbiamo girato il mondo per due anni, non tutti i giorni ovviamente ma con un’assiduità settimanale. Oltre a questo ho realizzato in questi ultimi anni alcuni eps per diverse labels, ho fatto il mastering engineer, alcuni remixes anche. E per questi motivi realizzare questo nuovo album non è stato facile anche perché avevo deciso di cantare, suonare e così dovevo lavorare molto per realizzare lo scopo di quest’album.

D. E’ davvero una sorpresa questo disco ripensando al tuo passato. ‘You, My Baby & I’ era molto orientato alla dance ed alla black music, il successivo ‘Wuz’ che hai fatto insieme a Demon era un viaggio nella parte più oscura e radicale della house music. Oggi ti ascoltiamo come leader di una rock band influenzata dagli eighties. Sembra un ritorno alla musica che ascoltavi quando eri teenager.

R. Esattamente. Non mi sono detto ‘voglio fare un disco di canzoni influenzato dal suono degli eighties’. Volevo cambiare il mio modo di fare musica, certo. Lasciare per un pò il sampler in un angolo. E superare la frustrazione di quando ero agli inizi e non sono riuscito a pubblicare un disco con la mia rock band di allora, quella formata insieme a Jean Benoit e Nicolas che ora sono gli Air. A quei tempi nessuna label ha voluto firmare un contratto discografico con noi. E’ stato un momento molto frustrante per me. Ed è stata anche la ragione per cui subito dopo ci siamo buttati nel mondo dei samplers e dei computer ed abbiamo scoperto l’elettronica.

D. Stai parlando degli Orange. Avete conservato del materiale di quel periodo? C’è qualche speranza di ascoltare cosa facevate a quei tempi?

R. Abbiamo registrato molte prove ma non siamo mai giunti a dei demo definitivi. Il problema maggiore è che i discografici che contattavamo volevano che cantassimo in francese mentre noi cantavamo in inglese. Il massimo che potevamo proporgli era di incidere due versioni dello stessa canzone, in entrambe le lingue (ride…). Esiste del materiale, ma non so dove sono finiti i nastri. Erano ‘works in progress’ anche perché il nostro cantante era molto pigro e non finiva mai di scrivere i testi. Abbiamo registrato molte basi cui manca la parte cantata.

D. In questo tuo disco sono presenti entrambi gli Air, i tuoi vecchi amici Jean Benoit e Nicolas. La loro collaborazione si avverte soprattutto nei brani più lenti ed atmosferici, che ricordano da vicino proprio la musica dagli Air.

R. Si, naturalmente. E’ sempre stato così per me. Tutte le volte che in passato ho voluto comporre tracce downtempo o lounge queste finivano immancabilmente per assomigliare agli Air. Tieni anche presente che dopo l’esperienza degli Orange io e Nicolas abbiamo continuato a collaborare per alcuni anni. Ovvio che qualcosa ci accomuni ancora oggi.

D. Nel disco collabori anche con Olivier Libaux, l’ideatore di Nouvelle Vague, un progetto interamente legato alla musica degli eighties. Che effetto ti fa riascoltare Cure e Joy Division in arrangiamento bossanova?

R. All’inizio è stato uno shock. Per me la musica degli eighties è una musica di ribellione, radicale, mentre la musica dei Nouvelle Vague è uno zuccherino. Ma poi alla fine ho capito che anche la loro proposta era buona e che non facevano che confermare che le canzoni degli anni ottanta erano in ogni caso ottime canzoni, comunque interpretate.

D. Il tuo disco esce nei negozi quasi in contemporanea con il nuovo album degli Air.

R. E’ solo una coincidenza.

D. Quale dei due dischi venderà di più?

R. Il loro, sicuramente!

D. Perché mai?

R. Gli Air sono stars ormai ed hanno una carriera più lunga e solida della mia. E, soprattuto, hanno idee più chiare. Io mi rifiuto di scegliere, e questo è un difetto. Conosco Nicolas da tantissimo tempo e già a sedici anni lui era sicuro che avrebbe avuto un ruolo da protagonista nel music business. Io non mi lamento e sono felice dei risultati del mio lavoro anche se non ho i geni del business man.

D. Eppure il tuo nuovo disco, a mio parere, è molto migliore dell’ultimo lavoro di Air ed ha anche un potenziale di successo grandissimo.

R. Ti ringrazio. Tieni però presente che tutta la mia immagine è legata al mio lavoro come producer elettronico e potrebbe anche essere un suidicio commerciale il mio!

D. Perché? Chi avrà occasione di ascoltare la tua musica alla radio credi si chiederà chi sei stato fino a ieri? Secondo me si limiterà ad apprezzare le tue nuove canzoni.

R. Mmh…Forse hai ragione tu!

venerdì 18 gennaio 2008

CHRISTIAN PROMMER’S DRUMLESSON - Drum Lesson Vol. 1

’Drum Lesson Vol. 1’ non è soltanto un bellissimo disco. Rischia di diventare un disco epocale. E’ da circa un decennio che in Germania è nato il filone del Nu Jazz: l’idea che il jazz inteso in senso lato potesse convivere con la musica da club ebbe accoglienza trionfale. Musica artificiale, basata sui samples, costruita in vitro da un gruppo di producer e dj coraggiosi.

Christian Prommer è uno di questi. Implicato nei progetti Fauna Flash e Truby Trio nonché nel più recente Voom Voom con Peter Kruder, Prommer si è oggi ricordato di essere originariamente un batterista e, come tale, ha ripreso in mano il suo strumento. Insieme al pianista Roberto Di Gioia ha registrato una cover jazzistica di ‘Strings Of Life’ di Derrick May che ha stregato un altro protagonista del movimento Nu Jazz, il Jazzanova Alex Barck. Di qui l’invito caloroso ad andare avanti per questa strada.

Risultato? Questo album di cover jazzatissime e ritmatissime di brani della cultura elettronica e dance: ‘Nervous Track’ dei NuYorican Soul, ‘Trans Europa Express’ dei Kraftwerk, ‘Claire’ di Patrick Pulsinger, ‘Elle’ di Dj Gregory, la stessa ‘Strings Of Life’ passando per ‘Beau Mot Plage’, ‘Higher State Of Consciousness’ e ‘Plastic Dreams’. Tutto il disco è pervaso da una vitalità contagiosa che l’intero movimento Nu Jazz sembrava da tempo aver perso per avvilirsi in una spirale tanto autocompiaciuta quanto sterile ed irriverente. Una ventata necessaria. Involontario il termine ‘lezione’ del titolo, ma anche d’auspicio. Che altri la seguano.

(pubblicato sul numero di edicola di Rockerilla)

martedì 15 gennaio 2008

Year of Al Stewart

Leggo un intervista ai Black Dice, rumoristi di stanza a New York, e scopro un inaspettata ammirazione degli stessi per Steely Dan. Leggo un'altra intervista ad altri agitati new yorkesi, gli Oneida, che si esaltano per le gesta di Hall & Oates. Dave Longstreth dei Dirty Projectors che nel 2005 pubblica un intero disco, The Getty Address, ispirato alla figura di Don Henley degli Eagles. All Hour Cymbals dei Yeasayer - uno dei dischi del 2007 più amati dal sottoscritto - che tra le tante influenze mostra un savoir-faire pop di impronta Fleetwood Mac (vedi il cantato alla Stevie Nicks di 2080) circa Rumors.
Il pop (certo pop) è nel dna di ogni essere vivente: equivale a melodia. Significa farsi la barba al mattino mentre in sottofondo scorre Do It Again e affrontare la giornata col piglio giusto.
I nomi sopra citati non sono un caso a sé stante (ricordiamoci sempre la cotta di Chris Carter dei Throbbing Gristle per gli Abba) ma parte di un cosmo (non macro ma nemmeno tanto micro) di insospettabili che tra le proprie pila di cd, tra un Merzbow e qualche Faust, nascondono pure – orrore! – un Breakfast In America dei Supertramp.
Io ascoltavo anche metal estremo, e al contrario di qualche mio amico non me ne vergogno. Godevo e sventolavo, travolto dall’acne, la mia fissa per gli Slayer eludendo agli altri che di tanto in tanto una capatina dalle parti popular me la concedevo.
Dirlo oggi a qualche amico di allora, anche in virtù delle primavere in divenire, è facile; ma ieri fronteggiare un energumeno dai capelli lisci e unti con tanto di maglietta dei Death confessandogli che mi garbava anche il pop…beh non era salutare.
La bellezza del blog è questa: aprirsi. Dire l’indicibile o meglio, confessare l’inconfessabile. Quindi dico a te, caro Francesco che di quei capelli lisci e unti non ti è rimasto che un misero ciuffetto oltremodo ridicolo, che stamattina, mentre mi vestivo e pensavo a come organizzare la giornata, ho messo su lo “scandaloso” Year of The Cat di Al Stewart.
È un disco del 1976 che fa il paio con altri classici pop “adulti” quali Rumors dei Fleetwood Mac e/o Breakfast In America dei Supertramp. Il settimo lavoro di Stewart che veniva dopo una trafila nei circuiti folk-prog anglosassoni e poco prima del trasloco in terre statunitensi.
Un album famoso (chiedete a vostro padre oppure al fratello maggiore, ma anche a voi stessi…) perché trainato dal singolo che poi era la title-track. Year of The Cat, lunga quasi sette minuti, chiudeva il disco ed era una soft-ballad-folk che tra una citazione cinefila (“Camminavi rilassata tra la folla come Peter Lorre”, “In una mattina da film di Bogart”) e una melodia figlia di quegli irripetibili stati di grazia (e Stewart, cosi come il socio Peter Wood, vi ci era) alleviò i dolori dei molti che l’ascoltarono.
Però orecchio anche alla leggerezza Lord Grenville e la tensione quasi battistiana (epoca Anima Latina) di On the Border, oppure il pop tardo canterburiano (diciamo i Camel di Breathless) di Midas Shadow, Broadway Hotel e Flying Sorcery (qui i semi degli odierni Midlake).
Lo si trova in offerta, Digitally Remastered e se siete fortunati non spenderete più di cinque miseri euri….
Ok dai, torno a rimettere gli Harmonia…
Bye, Francè!

martedì 8 gennaio 2008

Tom Middleton - Lifetracks

Dalla sala da ballo al salone relax. Tom Middleton, dopo una serie incantevole di produzioni house e techno e forte di una lontana amicizia con Richard James (erano il duo sotto l’effige Aphex Twins, poi Tom si tirò fuori e la storia, una volta elusa la s, passò al re dei pseudonimi) chiude il 2007 col suo primo, vero albo di canzoni.
12 affreschi di elegante elettronica da ascolto come insegnato tempo addietro dagli Orb. Un nome, quello di Alex Paterson, che si intreccia magicamente in spirali quasi king crimsoniane (la chitarra a là Beat - il dopo Discipline - di Prana) e rapsodie stile Craig Armstrong (gli archi cinematici, bellissimi e toccanti in Yearning).
Down-tempo che laddove si fa up sciorina bellezze baleariche, Shinkansen (The Odyssey), ammiccanti un estate ancora lontana ma simbolicamente già vicina e quando ritorna down manca solo David Sylvian per fare di St Ives Bay la perfezione assoluta. Ma non occorre.
Disco strenna di fine anno che ci accompagnerà anche in molti dì del 2008.
Da avere.